PROVINCIALE (On going)

 

“Provinciale” è la storia in divenire di un ritorno.
19 km e altri 19 a piedi, su e giù da un luogo di un infanzia pianeggiante, ad uno montano dell’età adulta irregolare, legati dal filo grigio di una strada provinciale, che in provincia, il termine provinciale può essere tante cose, anche uno stigma, una condanna.

Un trasoloco durato 25 anni, senza persone di mezzo ad aiutare o disturbare. O almeno non ancora.
Soltanto un palcoscenico fatto di accadimenti più o meno deplorevoli.
Una scoperta lenta del come si è scelto di allestirse la propria scenografia lontani dal centro.

– da appunti e scritti vari –
a Elisa
In provincia le luci dei lampioni di notte sono più gialle della media.
In provincia quattro muri di cemento armato di merda tutti li chiamano stadio, solo perché c’è una scalinata dentro che tutti chiamano spalti.
In provincia al posto dei semafori mettono delle rotonde, anzi delle rotatorie e dentro ci mettono delle sculture, anzi, delle statue, che sanno di provincia.
In provincia se sei gay, gli amici dicono che sei gay, ma gli altri dicono sei ricchione, o arruso, o busone a seconda dei casi.
In provincia una bella donna di 50 anni è ancora chiavabile, un uomo invece si dice che è fascinoso. Con buona pace del sessismo.
In provincia alla cassa del discount ci lavora Virginia, che ha il nome nobile come le sue unghie barocche e che vorrebbe fare l’avvocato. Ha due figli da mantenere e un ex marito che ti mette a posto le marmitte del motorino, ma che si interessa poco di diritto romano.
In provincia non dici di dove sei, dici di dove sei vicino. Vicino a Torino vicino a Napoli. Vicino a, vicino con. Una vita di continuità.
In provincia meglio l’amico geometra che architetto.
In provincia il bar non ha un nome, ha un numero, dove uno che sia chiama Andrea o Claudio o Giorgio ha pensato di usare il civico 71 pensando di avere una genialata per le mani, e in provincia si pippa l’incasso esattamente come se il bar l’avesse chiamato Nazionale.
In provincia anche se non vuoi, la famiglia è importante. E se si fa insieme l’albero si fa per forza insieme anche l’immacolata, l’epifania, ferragosto, pasqua, pasquetta, la liberazione, il primo maggio e anche a festa della repubblica pure quella delle forze armate che in provincia sti cazzi delle questioni ideologiche, anche se ci stanno sui coglioni gli sbirri, basta far festa ogni tanto, in famiglia.
In provincia chi aveva i soldi continua a farli.
In provincia chi se ne è andato, non perde occasione per fartelo notare quando torna.
In provincia non valgono le regole della città, perché si è in provincia e il centro è questione geometrica: non bisogna studiare per capire che c’è un raggio un diametro, una circonferenza che detta un fuori e un dentro alla provincia e si possono cullare dei sogni, ma che restano i sogni di uno di provincia.
In provincia se fai il pubblico da Amadeus, sei uno che in un modo o in un altro ha qualcosa da raccontare.
In provincia se ti fai le pere sei un tossico, mica come in centro, che sei un poeta o un regista.
In provincia se parte una canzone di Pezzali, la gente al banco annuisce anche se pensa abbia la faccia da pirla.
In provincia Mauro Repetto, è comunque uno che il suo momento ce l’ha avuto.
In provincia si sa benissimo di essere di provincia, ma non si sa bene di che cosa, alla fine.
In provincia non ci si preoccupa della retorica, per questo tutto sommato ci si sta bene, e quasi nessuno vorrebbe andarsene.
E in provincia se muore uno mai visto, si piange tutti perché era uno amico di tutti.
Ma poi in provincia succede che quando è morta Giulia lo abbiamo saputo tutti, tranne te. Che sei un cuore dolce in ritardo sulle tragedie, per tua condizione naturale. E tocca a me dirtelo. Anche se vorrei tenerti al riparo dalle asperità del mondo, soprattutto quelle lontane dal guscio liscio della tua provincia.